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lunedì 26 dicembre 2011

Doppia D e Fragmenta

Che cosa resta dell'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica? (W. Benjamin). Che cosa rimane dell’estetica nella società di massa in cui i princìpi estetici sono quasi totalmente inumati insieme con quelli etici? Sono ormai poche le voci che riescono a contrapporre una residua ed ostinata capacità di creare, in un mondo in cui tutto, la produzione in primo luogo, è distruzione. Nell’era del disincanto, sopravvive il canto sia pure radicato nella disperazione che, trangugiata sino all’ultima goccia, è non solo veleno ma forse antidoto.

Così in “Doppia D”, canzone di Matteo Buratti alias Burro, è inventariato l’armanentario dell’uomo d’oggi, abituato a maneggiare, tra gli attrezzi più comuni, la disperazione ed il denaro. Lo scenario metropolitano sciorina, come in un caleidoscopio di follia, strade, ubriachi, corsie d’ospedale, chiese semideserte, nuvole finte...

Scrive l’autore: “Doppia D è un’interessante ‘fotografia satellitare’ su un tipo specifico di umanità che è costretta sempre più all’apnea. In tutta questa sua atmosfera del disumanare, i versi ne diventano sconcertante, mera narrazione. ‘Doppia D’ è la prima poesia in cui compaiono allusioni nemmeno troppo velate, alle velature chimiche (gioco di parole voluto) meglio note come ‘scie chimiche’. Potrei aggiungere altre cose sul tema disperazione/denaro, ma sono sicuro che le mie riflessioni sarebbero intese come provocazione, bene che andasse. Quindi mi limito a queste poche parole e lascio a voi il respiro di questo mio testo. One Love”.



Le parole, quasi salmodiate, in un salmo profano a denunciare la profanazione della vita, si allineano lungo una melodia ossificata, imprigionate in un ritmo ipnotico. Di seguito il testo.

DOPPIA D

Al tavolo di un caffè

mentre un tizio solitario sta aspettando un’altra illusione d’amore…
Sopra al banco di un Tabacchi
mentre una ragazza compra sigarette e GRATTA E VINCI
o alla Snai dove un vecchio scommette su CALCIO E CAVALLI
frammentando o frantumando in attese la Vita

All’angolo della strada dove il pusher smazza
Allo sportello della banca col passamontagna…

Alla guida di un GRAN FERRO
ubriachi e fatti nella notte
mentre con artificiali reset dal Tutto/ci distanziamo da tutti
verso l’incauto ignoto della città della solitudine che ci viene incontro

In ginocchio, davanti all’altare di una Chiesa
Prostrati verso La Mecca nel crepuscolo della preghiera
In meditazione nella posa del Loto con il profumo dell’incenso purificatore…
A 90, con il c*lo in mano all’avida deriva bugiarda dell’Elite anti-Coscienza

Sopra le nuvole chimiche del cielo
mentre qualche idea di Dio illude l’IO sulla GIUSTEZZA
Fino alla corsia d’ospedale, dove nasce o dove muore…
la DISPERAZIONE è ovunque in questa vita di schiavi

Costretti come siamo, fra un mentre e l’altro, alla menzogna:
di credere per denaro
di ostracizzare per denaro
di amare per denaro
di fottere per denaro...
Abbiamo rovinato tutto!

QUESTA è la storia
della disperazione (e) del denaro

Ora vorrei chiedere agli Dèi
se è vero che proprio NOI
- dato che ci è chiaro che il Buddha di Bamiyan non sorride più -
dobbiamo oppure possiamo assistere alla FINE di tutto questo…

La lugubre panoplia del Kaliyuga è testimoniata pure da Giovanni che, attraverso lo scavo linguistico ed il parossismo lirico, se da un lato porta alla superficie la cruda coscienza del disfacimento, dall’altro accende l’inestinguibile sete d’infinito”. (“Novembre”). In un altro intenso componimento, “Nemi”, il paesaggio lacustre, rischiarato da un bagliore metallico ed innaturale, il cielo ferito ed “inciso di strane cicatrici”, destano i fantasmi perduti di un’umanità perduta.

Nella tensione inesausta verso il trascendimento e la purificazione delle scorie, i Fragmenta di Giovanni, conficcati nell’aridità e nella freddezza del tempo declinante, aiutano a ricomporre, anche se con immane fatica, l’immagine della speranza.


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Range finder: come si sono svolti i fatti

martedì 26 aprile 2011

Babylon A.D.

“Babylon A.D.” è un film del 2008 per la regia di Mathieu Kassovitz. Il mercenario veterano di guerra Toorop (l'erculeo Vin Diesel) accetta l'incarico di scortare una misteriosa giovane donna (Mélanie Thierry) dalla Russia negli Stati Uniti d'America (nel romanzo da cui è tratta la pellicola si dirige, invece, in Canada), ignaro del fatto che la sua compagna di viaggio ha subìto una terribile manipolazione del D.N.A. così da divenire il vettore di un ospite che si nutre di lei, un organismo geneticamente modificato. L'organismo è stato creato in laboratorio, usando l'R.N.A. di un virus. Gli artefici dell'intervento genetico sono gli psicolabili adepti di una setta che vuole generare una sorta di Messia, una creatura ibrida che potrebbe sterminare l'intera umanità.

Annota Mariana Cappi: "Dalle seicento pagine del thriller futuristico 'Babylon babies' di Maurice Dantec, Mathieu Kassovitz estrae i novanta minuti di ‘Babylon A.D’., pellicola a base di ipercinetismo delle immagini e sintesi narrativa degli ultimi punti fermi del genere, dalla pioggia acida di “Blade runner” allo spunto che già mosse ‘I figli degli uomini’ di Cuaròn. La compressione, però, è massima e la qualità ne risente.

Ottenuto con 'Gothika' ed il suo parterre di stelle (e strisce) il permesso di soggiorno presso i grandi studios ed il nulla osta per capitanare un film high budget come "Babylon A.D.", il regista francese si è parallelamente aggiudicato una discreta dose di diffidenza da parte dello spettatore esigente, che lo ha visto dimenticare in fretta gli esordi promettenti a favore di pellicole di sicuro richiamo, ma di esito incerto.

Qui Kassovitz conferma l'attitudine spiccata per l'azione ed il possesso di un cronometro personalizzato, che non solo rispetta, ma crea tempi e scarti esatti. Dice la sua anche in termini di cast: Michelle Yeoh, Charlotte Rampling, Gérard Depardieu e Lambert Wilson sono le salde colonne al centro delle quali può azzardare l'inserimento di Vin Diesel, decisamente più efficace in lingua originale.

Attori speciali, effetti speciali, una storia che ruota attorno ad un essere speciale, geneticamente modificato per salvare o annientare quel che resta della nostra specie: grandi pretese e non poca confusione, per un'opera che non riscrive la storia e non entra in quella del cinema. Dopo un inizio folgorante, che ci ricorda l'abilità dell'autore nel descrivere con occhio antropologico i mondi ai margini, il film inciampa in ogni trappola della retorica e ben presto vende il cuore per un surplus di stucchi e pittura.

'Babylon A.D.' è il 'Quinto elemento' di un cineasta che si è avviato sulla terza via inaugurata da Luc Besson, possibile ma più che mai rischiosa. Con una differenza: là Milla Jovovich piangeva sincera sul mondo; qui sgorgano lacrime artificiali".

Non potevano mancare in una produzione gallo-europea, ma contaminata dai deliri tecno-apocallitici hollywodiani, sequenze che inquadrano un aereo tossico con il suo imbarazzante codazzo di scie posticce.[1]

Questo infido inserimento, che è ormai la turpe norma nelle immagini ammannite dai ferali media, si incista nell'intreccio pullulante di situazioni quanto mai realistiche, nonostante (o mercé?) la loro inverosimiglianza. Ibridazioni, clonazioni, spaventevoli cross-over alla Mary Shelley sono mostri partoriti da menti di pazzoidi. La generazione di un Messia bionico, di un Uomo-transumano non appartiene alla fantasia perversa di qualche sceneggiatore o romanziere, ma è la farneticante idea (vicina ad essere concretizzata?) di larve, animate appena da una vita spettrale. Il cinema e la letteratura operano come possono: un po' preparano il terreno, spianano la strada, creando lo Zeitgeist, un po' arrancano, raccattando le briciole di criminali progetti molto più orridi delle scene ripugnanti che tracimano nelle sale. Il pubblico relega tutto nella fiction, vedendo nelle verità di celluloide soltanto bislacche invenzioni narrative.

Il pianto di "Babylon A.D." è sintetico, ma le lacrime dell'età finale sono mescolate al sangue. Quello vero.

[1] Senza dubbio le sequenze digitalizzate sono state prodotte con l'aggiunta intenzionale delle scie. Prova ne è il fatto che le supposte "contrails" sono direttamente attaccate ai motori e ciò, nella realtà fisica, non è possibile, in quanto si dovrebbero formare alcuni metri dietro. Errore banale, ma fatale: sono posticce.

Articolo correlato: Scie chimiche nel film "Babylon A.D." , 2011





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Range finder: come si sono svolti i fatti

venerdì 11 febbraio 2011

Islabonita

"Islabonita" è l'ultimo romanzo scritto da Nico Orengo. Riprendiamo dalla quarta di copertina la presentazione dell'opera narrativa.

"La Riviera luccicante degli anni Venti, tra i balli e la casa da gioco, le spiagge ed i campi da golf: è lo scenario di questa storia in cui cospirazioni di corte, trame massoniche e manovre dei servizi segreti sospingono i destini dei personaggi in un gioco che può rivelarsi mortale. A Sanremo, infatti, soggiorna Maometto VI, sultano in esilio; poco distante, a Bordighera, ha la sua dimora la regina madre Margherita di Savoia. Ma quando il medico del sultano muore in circostanze misteriose, Fatima viene fatta fuggire dalla corte, perché ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Sotto una copertura insospettabile si nasconde ad Isolabona, paesino dell'entroterra ligure che 'crede nella Madonna e nel silenzio'. Qui trascorre le sue giornate, aspettando Michel e l'ineluttabile compiersi del destino, mentre dal grammofono di Ricò, all'ingresso del paese, escono le note malinconiche di una canzone sudamericana che inspiegabilmente si interrompe sempre prima della fine. Intanto il nascondiglio di Fatima diventa sempre meno sicuro: sono in troppi a voler conoscere il suo segreto, a partire da Gino Cariolato, lo chauffeur-coiffeur della regina che, invidioso delle sue doti di pettinatrice, rischia di mettere a repentaglio la vita del sultano".

E’ gia notevole che, nel suo volumetto, Orengo (Torino 1944-2009), autore di “narrazioni apparentemente sbrigliate, ma sorrette da una notevole sapienza costruttiva e capaci di affrontare temi seri”, non disdegni di sceneggiare congiure orchestrate dai servizi segreti internazionali.

Colpisce, però, che, con palese e volontario anacronismo, lo scrittore torinese, naturalizzato ligure, affidi ad un personaggio secondario una curiosa osservazione che verte sulle chemtrails: il personaggio, infatti, si lamenta delle "scie lungo l'orizzonte" che modificano il clima e porteranno entro la fine del XX secolo a desertificare le regioni lambite dal Mar Mediterraneo. L’attante asserisce che l’area del Mediterraneo è terreno di sperimentazione per opera di Statunitensi e Russi con l’obiettivo di dominare i fenomeni atmosferici per fiaccare i loro nemici.

Che cosa pensare di questa strana digressione all'interno di un romanzo comunque un po' affettato? Nel cuore della rutilante e fatua belle epoque, si incunea un aguzzo cenno ad un’atroce realtà ormai sotto gli occhi di tutti. Una denuncia attraverso la finzione narrativa? Orengo non è nuovo a caustiche contestazioni: nel romanzo “La guerra del basilico” (1994), lo scrittore "muove da un'indagine alla James Bond su un 'alga assassina' per alludere alle grandi furfanterie dei nostri tempi che rendono veniali i peccati dei personaggi". Nel libro "Gli spiccioli di Montale", l'autore attacca la speculazione edilizia che ha sfigurato la Liguria.

E’ plausibile che Orengo abbia abbandonato alla corrente il messaggio nella bottiglia, alla corrente di un mare ormai avvelenato.


Ringraziamo F. per la segnalazione.





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Range finder: come si sono svolti i fatti

mercoledì 22 ottobre 2008

Stato di paura, il romanzo di Michael Crichton, denuncia la manipolazione climatica e tettonica in atto

Pubblichiamo una recensione del romanzo Stato di paura, seguita da un'intervista a Michael Crichton, autore di libri di successo come Jurassic Park. Attraverso la finzione, lo scrittore denuncia la mistificazione inerente all'effetto serra che sarebbe causato, secondo insigni pseudo-ambientalisti e pseudo-scienziati dalle emissioni di biossido di carbonio. Soprattutto, però, Crichton , tra i nuclei narrativi, incista delle verità sulla manipolazione climatica e tettonica, attuata tramite dispositivi tecnologici correlati all'operazione H.A.A.R.P. - scie chimiche. Inquietanti e più che plausibili, ad esempio, i cenni ad armi soniche ed ai batteri usati per influire sulle perturbazioni.

Si legga dunque la fatica di Crichton non tanto come un'opera di fantasia, piuttosto come una raffigurazione realistica dei problemi ambientali e delle loro vere cause.

Ringraziamo la gentilissima lettrice per la segnalazione.



L’autore smonta le paure sull’effetto serra in una trama che mescola suspense e climatologia


Ecoterroristi pronti a tutto si aggirano per il pianeta. Con esplosivi a tempo ed onde d’urto, minirazzi e microfilamenti, onde sonore e macchine cavitazionali (onde soniche - n.d.r.), provocano il distacco dei ghiacci in Antartide, piogge tropicali in Nord America ed un maremoto al largo delle isole Salomone. Pur di far credere che l’effetto serra produce catastrofi incontrollabili gli ambientalisti, inconsapevoli bracci armati di politici senza scrupoli, producono quello che gli scienziati teorizzano.

«Stato di paura» è una profezia, se non già un atto di accusa contro la strumentalizzazione della scienza, lo strapotere dei media nel creare opinioni che fatalmente diventano pubbliche, contro il cinismo di industriali e politici. [...]

Incuriosito dai ripetuti allarmi circa le conseguenze dell’"effetto serra", Michael Crichton ha raccolto per tre anni dati e studi scientifici sulle variazioni di temperatura e sulle possibili cause. [...] In barba al protocollo di Kyoto ed agli studi di "autorevoli" climatologi, Crichton non teme di sostenere che non è affatto vero che stiamo andando verso una tropicalizzazione del clima.

Ambientalisti sclerotizzati sulle ideologie degli anni Settanta, industriali avidi e organizzazioni governative malate di potere sarebbero coalizzati per tenerci in un costante stato di paura. Dalla paura nasce nella gente il bisogno di essere protetti, la richiesta di governi totalitari.

Seicento pagine di suspence e climatologia ben mescolati come l’abile Crichton sa fare ormai da trent’anni. Promessa del basket statunitense - è alto due metri e dieci - medico, antropologo e poi scrittore a tempo pieno, l’autore di Chicago si è compromesso con un tema di grande attualità.

Come è nato il suo scetticismo ecologista?

«Ricordo che da piccolo, studiando geografia, avevo notato la strana coincidenza tra la linea di costa dell’Africa occidentale e quella del Sud America, ma erano gli anni Cinquanta e la teoria della deriva dei continenti non era ancora stata divulgata. Presi un brutto voto e il professore mi considerò uno sciocco a pensare che i continenti si muovessero. Quell’esperienza mi insegnò che spesso quello che la maggior parte della gente considera vero può essere frutto della superficialità o di conoscenze imperfette. Così anche le previsioni climatiche prodotte negli anni Settanta, circa il pericolo di una nuova era glaciale, si rivelano oggi errate. Per tre anni ho compiuto ricerche sull’"effetto serra" e ho verificato che gli allarmismi sono del tutto infondati».

Non sarebbe comunque più saggio scatenare una «guerra preventiva» al surriscaldamento terrestre piuttosto che rischiare l’estinzione?

«Purtroppo, come per la guerra in Iraq, se nel campo dell’ambiente si combatte una guerra preventiva, si rischia di provocare morti innocenti».

In "Preda" e "Jurassic Park" i temi sollevati la avvicinavano agli ambientalisti. Oggi il suo pensiero è cambiato?

«Penso ai miei libri in modo diverso. Nei romanzi che ho scritto prevale l’avvertimento contro le persone che pensano di avere ragione e non si mettono mai in discussione. Penso ai disastri generati dalla teoria eugenetica d’inizio secolo, che ebbe tanti sostenitori, da Roosvelt a Churchill, a famosi scienziati e opinionisti e portò dritto ai forni crematori. Penso alle teorie pseudoscientifiche del russo Lysenko, appoggiato da Stalin, che manipolava i semi per accelerare il ciclo biologico delle specie vegetali. Risultato: milioni di persone morirono per le carestie e gli scienziati che si opponevano alle teorie di Lysenko finirono nei gulag. Spero che tra trent’anni si guarderà a "Stato di paura" come a un libro che ha inaugurato un nuovo modo di investigare la scienza».

Oltre a molti nemici, con questo libro si è procurato anche amici non graditi?

«Ammetto che dopo l’uscita del libro negli Stati Uniti molte organizzazioni di conservatori mi hanno invitato per tenere delle conferenze, ma ho rifiutato perché questo non mi interessava».

Ora si sente un attivista?

«Non direi proprio di essere un attivista. Per quanto riguarda la politica, non sono schierato. Anzi nella scheda elettorale specifico la voce ”non partisan” che viene scelta dal 30% degli Statunitensi per sottolineare che il non voto è una dichiarazione di sfiducia nei confronti di entrambi i principali schieramenti».

Che cosa pensa della politica ambientalista di Bush?

«Se guardiamo ai fatti noto che la politica di Bush non è molto diversa da quella di Clinton. Certo, se ascoltiamo quello che dicono sembra tutta un’altra cosa, ma negli Stati Uniti c’è un detto che recita: "Parlare costa poco"».


Elena Dragan

Fonte: Ecologiasociale.org




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giovedì 17 luglio 2008

Il mondo non ascolterà

Segnaliamo volentieri una raccolta di liriche, Il mondo non ascolterà, di cui è autore Reverendo Stone. Alcuni componimenti sono ispirati al tema delle scie chimiche: può un problema tanto crudo divenire materia di ispirazione artistica? E' già accaduto, con risultati degni di nota, con i Muse, il gruppo britannico che ha dedicato qualche canzone a H.A.A.R.P, con Sickscience, Beck e Dave Vonkleist che, negli Stati Uniti denunciano, ora in modo quasi straziato ora con dolente lirismo, non tanto le chemtrails quanto la stolida, granitica indifferenza della massa rispetto ad una cospirazione globale, solo all'apparenza indolore. In Italia, attendiamo ancora che qualche cantante o gruppo decida, attraverso un pezzo musicale, di aprire il vaso di Pandora: ne uscirebbero molti mali, ma il male maggiore è il silenzio. Sono preferibili parole inascoltate ad un vile e complice silenzio.

"Nella silloge Il mondo non ascolterà, il Reverendo Stone chiama in causa il Corano, la Bibbia, Lou Reed, la Poesia, i Lego, la Storia, la Politica, la Nutella, Jeeg Robot, Antonin Artaud, Paolo Conte ed infiniti altri nomi e mondi. E' difficile fare ordine e forse anche inutile. Sono affollatissime queste pagine, colme di citazioni e suggestioni, eppure c'è spazio anche per la solitudine, c'è spazio (e verbo) per un Io Lirico che (anche suo malgrado) resta al centro del racconto. I "luoghi" hanno altresì un peso decisivo in questa raccolta. Territori della memoria, dell'infanzia (dei "magnifici anni '80") e luoghi emotivi, dove la geografia ed i sentimenti trovano una declinazione comune (è il caso di una Berlino viva e vivida che qui è madre e matrigna, amante pericolosa e seducente). E' provocatoria questa scrittura, talvolta crudele e, fin dall'inizio, contraddittoria laddove nell'incipit il Reverendo Stone celebra l'inutilità delle parole, convinto (e convincendo) che il mondo, appunto, non ascolterà, che le parole (e la poesia) non basteranno..."


[Dalla prefazione]

Qui la pagina personale dell'autore.



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martedì 12 febbraio 2008

Realtà sintetica, Morgellons ed onde elettromagnetiche

La fantascienza, anche quella più immaginifica, è spesso abbondantemente superata dalla realtà. Lo dimostra, ad esempio, l'invenzione di alcuni scienziati statunitensi, Seth (se i nomi sono presagi... ) Glodstein e Todd Mowry, della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, che hanno creato un materiale composto da microrobot, in grado di assemblarsi in modo automatico per formare macchine di scala maggiore. Non solo, queste nanostrutture potrebbero essere programmate per replicare qualsiasi oggetto, acquisendo le informazioni necessarie da rappresentazioni virtuali degli originali. Meritano di essere riportati alcuni passaggi di un articolo a cura della redazione di Ecplanet su tale inquietante ritrovato tecnologico.

"Il progetto 'Synthetic reality' della Carnegie Mellon, in cui è coinvolta anche la Intel, descrive questa nuova branca della cibernetica, la claytronica come "un insieme di materiale che contiene sufficienti risorse locali per la computazione, l'attuazione,l'energia, la percezione e la comunicazione”.

“Il concetto alla base del nostro progetto è che delle macchine indipendenti di dimensioni nanometriche possono autonomamente riassemblarsi per assumere qualsiasi forma”, chiarisce il professor Jonathan Aldrich, membro del team, “se questa forma viene catturata in una postazione remota, usando la tecnologia motion capture, allora i catomi (le nanomacchine, n.d.r.) possono riprodurre qualsiasi cosa si trovi in remoto, un fenomeno che chiamiamo telepresenza, che esiste in tre dimensioni e che può essere sentito e toccato, oltre che visto e udito”.

Non bisogna pensare ad una ricostruzione olografica, “perché un ologramma è tridimensionale, ma non è un oggetto fisico, mentre noi puntiamo a ricostruire un oggetto fisico, che si può toccare e non solo vedere. Quando, poi, gli oggetti fisici assumeranno, un giorno, anche la forma di una persona, allora dovremo pensare ad un robot che può cambiare forma e aspetto. E' un obiettivo che sarà comunque raggiungibile non prima di vent'anni”.

Il problema principale riguarda il modo con cui alimentare i catomi, perché è complesso fornire loro energia dall’interno. “Per questo si sta pensando ad una piattaforma esterna che induce corrente all'interno”, spiega Babu Pillai della Intel. Per far muovere un oggetto, bisognerà creare un’alimentazione variabile che induca i vari catomi ad assumere posizioni diverse in base alla quantità di energia che riceveranno.

Lo sviluppo degli studi claytronici apre una serie di scenari futuribili in ambito sia civile sia militare."


Come commentare? Ci sembra che l'invenzione descritta nel testo abbia non pochi punti di contatto con il Morgellons, la malattia connessa a nanomacchine, diffuse con le chemtrails, e che, alimentate dalla corrente elettrica dell'organismo, sono capaci di autoassemblarsi, di autoreplicarsi e forse di riprodurre gli organismi (insetti, aracnidi) con cui vengono in contatto. Tali nanostrutture potrebbero anche essere alimentate da fonti esterne: onde elettromagnetiche, di varia frequenza e lunghezza, irradiate da apposite antenne che, non a caso, sono sempre più spesso installate con il pretesto di infittire la rete wireless e di migliorare la ricetrasmissione dei segnali connessi alla telefonia mobile.

Viene in mente un racconto di Primo Levi, L’ordine a buon mercato. Nel testo l’autore immagina un duplicatore, chiamato Mimete, capace di riprodurre un oggetto esattamente come l'originale. Da una parte si può inserire un foglio protocollo con i bolli, dall'altra esce un foglio protocollo identico all'originale con i bolli veri, un clone perfetto. Il protagonista prova quindi a duplicare vari oggetti, dapprima una banconota, poi un diamante, quindi una salamandra, riuscendoci felicemente. Alla fine l'inventore clona la consorte, ma, assillato da due mogli, duplica sé stesso, per riformare due coppie uguali...

La situazione evocata da Primo Levi non è del tutto inverosimile, come si potrebbe, invece, pensare. E' uno scenario reso plausibile dal formidabile sviluppo della tecnologia soprattutto in campo bellico ed in quello delle energie (non escluderei che i militari già usino l'energia del punto zero o etere); è uno scenario gravido di sinistre conseguenze, a stento immaginabili.

Articoli correlati e fonti:

Bojs, La prossima guerra globale contro il D.N.A., 2008
M.Tenan, La scienza del nostro pianeta, 2008
Redazione Ecplanet, Realtà sintetica virtuale, 2008




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domenica 18 febbraio 2007

Questione di scala

Fredrich Brown (1906, Cincinnati; ivi, 1972) è un autore di racconti e romanzi fantascientifici, del mistero e polizieschi. Non molto apprezzato finché ancora in vita, Brown ha poi acquisito in questi ultimi decenni notevole popolarità. I suoi libri sono periodicamente ristampati sia negli Stati Uniti sia in Europa, soprattutto in Francia dove alcune sue novelle hanno conosciuto un adattamento cinematografico. Tra le sue opere principali ricordiamo Sangue nel vicolo (1947), Assurdo universo (1948), Il vagabondo dello spazio (1957).

Brown è considerato un maestro per il suo sapiente dosaggio degli ingredienti narrativi: i suoi racconti sono spesso brevissimi, dall’intreccio ingegnoso suggellato da un aprosdòketon. Una vena paradossale ed umoristica affiora in particolar modo nelle storie fantascientifiche in cui il punto di vista è ribaltato, in modo da creare un effetto di straniamento, ma anche per sovvertire un’ingenua e superbia visione antropocentrica. Si pensi al celebre racconto Sentinella, in cui, solo nell’epilogo, si scopre che il disgustoso alieno contro cui combatte il protagonista è un terrestre. I personaggi creati da Brown sono alle prese con situazioni assurde, inquietanti ed imponderabili che mettono alla prova la loro capacità di confrontarsi con l’imprevisto. Inutile ricordare che quasi sempre questi personaggi non sono in grado di affrontare le sfide della tecnologia, del destino e della vita.

Il racconto intitolato Questione di scala è emblematico del temperamento narrativo di Brown, della sua garbata ma disarmante ed amara ironia.

Nel deserto dell’Arizona sbarcano degli alieni con un’enorme astronave: sono esseri giganteschi, il cui corpo rarefatto penetra qualsiasi ostacolo. Gli extraterrestri non mostrano alcun interesse per gli uomini né desiderio di comunicare. Il governo allora invia contro di loro l’aviazione e l’esercito per distruggerli. Invano: gli invasori sono invulnerabili anche ad un ordigno nucleare.

In un giardino due sorelle nubili si accorgono che, all’avvicinarsi dei giganti il cielo, prima limpido, si offusca: gli ospiti non invitati, infatti, cominciano a spruzzare con un oggetto cilindrico una sostanza vaporosa che scende lentamente a coprire la Terra. Una delle due sorelle, Amanda, noncurante rispetto a ciò che sta avvenendo, irrora le rose del giardino con un insetticida, mentre l’altra donna, Macy, fiutando l’aria, si guarda attorno appena perplessa, forse un po’ impensierita.

La prospettiva esterna del breve testo mette a nudo la dabbenaggine delle sorelle che, di fronte ad una minaccia così grave, restano imperturbabili o quasi, a curare i fiori del giardino. Le donne incarnano la mentalità angusta e superficiale della middle class statunitense, incapace di vedere di là dal proprio naso, istupidita dai teleromanzi e dalle scenografiche dirette allestite dalle grandi reti statunitensi. Il narratore riporta le battute fatue delle donne, senza commenti, affinché risalti tutta la loro stolta fiducia, la loro folle calma.

Attraverso sequenze dal ritmo serrato, il campo lunghissimo che inquadra le sagome mostruose dei giganti sullo sfondo del cielo prima terso, poi annebbiato dalla misteriosa sostanza, la rapida ed icastica analessi con gli alieni che escono dal loro enorme vascello in una lunghissima fila, il campo e controcampo, Brown conferisce drammaticità alla narrazione. La drammaticità è accresciuta dalle dimensioni abnormi dei visitatori e della loro nave spaziale, cui si contrappongono i terrestri che tentano di contrastare l’invasione e gli insetti che brulicano sugli steli delle rose.

Tutto accade e precipita in poco tempo (Erano sbarcati una settimana prima): l’umanità sta per essere sterminata(1) e le due salottiere zitelle non se accorgono neppure. Con l’intuizione quasi profetica, che contraddistingue molti scrittori di fantascienza, la fine arriva con nuvole apparentemente innocue. Si chiede Amanda: “Che male ci possono fare con qualche nuvola? Non capisco perché la gente si preoccupi tanto”.

Già… che male ci possono fare con qualche nuvola… chimica?


(1) Di ciò non sembra dolersi l’autore e neanch’io.
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