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giovedì 13 luglio 2017

Di inquinamento aereo si muore!

Riportiamo un resoconto del National Geographic in merito ad uno studio condotto (nell'ormai lontano 2010) riguardante l'inquinamento provocato dall'aviazione civile e la correlazione diretta con un sempre maggior numero di decessi tra la popolazione. Al tempo della pubblicazione del dossier, gli scienziati del MIT auspicavano serie iniziative a tutela dei cittadini per opera delle autorità, una volta confermate le loro acquisizioni ma, a distanza di anni, bisogna constatare che nulla è stato fatto, anzi! Nei recenti accordi sul cosiddetto "cambiamento climatico", sottoscritti anche da Putin, considerato a torto un oppositore del Nuovo ordine mondiale, l'inquinamento atmosferico indotto dall'aviazione civile non è stato neppure contemplato e nel documento finale non è stato citato. Più recentemente ulteriori scrupolose ricerche sono state condotte al fine di confermare, semmai fosse ancora necessario, la reale tossicità (anche di tipo neurologico) legata ai carburanti per aviazione, sia civile sia militare. A questo proposito, si vedano le acquisizioni della ricercatrice svizzera, studiosa delle nubi, Ulrike Lohmann [1]. Ella ha accertato la presenza (in nanoparticelle) di ben 16 metalli, immessi nel Jet-A1. Ciò, senza ombra di dubbio, attesta che che la bassa atmosfera è gravemente compromessa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: assenza di nuvolosità naturale, diminuzione cronica delle precipitazioni, diffusione di strati artificiali che ci privano della benefica luce solare e, come si diceva, aumento vertiginoso delle morti derivanti dagli scarichi degli aerei, spesso impegnati in attività di geoingegneria clandestina.



Se negli ultimi anni, gli incidenti aerei hanno ucciso circa mille persone l'anno, le emissioni inquinanti provocano circa diecimila vittime, secondo i ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology). Negli studi precedenti si presumeva che le emissioni inquinanti danneggiassero le persone durante le fasi di decollo ed atterraggio. La nuova ricerca è la prima a fornire una stima complessiva del numero di morti premature determinate dai gas di scarico dei velivoli.

Abbiamo riscontrato che le emissioni non regolamentate di aerei oltre i 914 metri da terra, sono la causa della maggior parte delle morti” afferma il responsabile della ricerca Steven Barret, un ingegnere aereonautico del MIT (Massachusetts Institute of Technology).

Gli scarichi degli aerei, come quelli degli autoveicoli, contengono una grande varietà di agenti atmosferici inquinanti, come biossido di zolfo ed ossidi di azoto. Per lo più queste particelle inquinanti sono minuscole, larghe la centomilionesima parte di un pollice (2,54 cm), più sottili di un capello umano. Le cosiddette polveri sottili sono le maggiori responsabili dei danni alla salute umana, specialmente se, una volta inalate, entrano in circolo attraverso il flusso sanguigno, affermano gli scienziati.

Barret ed i suoi colleghi hanno usato una simulazione computerizzata che ha confrontato dati riguardanti il percorso degli aerei, la media di combustibile bruciato durante i voli ed il valore delle emissioni inquinanti stimate. La simulazioni, basate su dati sperimentali, hanno registrato sia gli spostamenti delle particelle inquinanti nell'atmosfera sia le emissioni causate da trasporti internazionali, specialmente in Asia e Nord America. Lo studio ha tenuto conto della distribuzione della popolazione mondiale e di come le rotte aeree possono accrescere nel complesso il rischio di morte.

Globalmente, il gruppo di ricerca ha calcolato che 8.000 decessi all'anno sono il risultato di contaminazione derivante da velivoli che incrociano ad altitudini di circa 10.000 metri, mentre 2.000 sarebbero le vittime provocate dagli scarichi nocivi sprigionati durante le fasi di decollo e di atterraggio (non sono stati presi in considerazione i voli clandestini a quote cumulo - n.d.r.). Inquinamento atmosferico e conseguenti malattie respiratorie e cardiovascolari, compreso il cancro ai polmoni, sono le cause più comuni di danni anche letali, secondo quanto riferito dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità.

Non solo nel tuo cortile

A sorpresa, i siti con il più grande numero di aeroporti attivi potrebbero non essere quelli a subire i maggiori impatti ambientali, suggerisce la ricerca. Quando un aereo vola ad altitudine da crociera, sopra le nuvole, i venti possono disperdere lontano gli inquinanti, cosicché i composti tossici ricadono al suolo anche a distanze pari sino a 10.000 km dalla rotta del vettore.



Negli Stati Uniti i decessi per le emissioni inquinanti degli aerei ammontano a 450 ogni anno - appena un settimo di quanto atteso, se le sostanze perniciose scendessero perpendicolarmente verso terra dall'aereo. In India, invece, ammontano a circa 1.640 l'anno, circa sette volte di più di quanto previsto, basandosi sul numero di aerei che atterrano e decollano dal paese. Molte di queste morti non sono determinate dai voli sopra l'India, ma dalle emissioni provenienti da Europa ed America settentrionale: esse poi si spostano verso l'Asia, stando al report pubblicato nel numero di ottobre di Environmental Science & Technology.

Frenare l'inquinamento atmosferico

In definitiva, il numero delle vittime per inquinamento atmosferico ammonta, secondo il programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, ad un milione l'anno. “I legislatori devono considerare esplicitamente l'impatto della polluzione aerea sulla salute umana” ha asserito Barret. "Ad esempio, lo zolfo, presente nei combustibili dei jet, è forse il maggior agente killer" (per non parlare degli additivi a base di metalli - ndr). Unfeng Liu, un chimico atmosferico dell'Università di Princeton, ha asserito che "lo studio approfondisce una tematica importante per la degradazione dei biomi”. Questi risultati potrebbero quindi influire un giorno sulla politica statunitense (come no! - n.d.r.), secondo quanto affermato da Lourdes Maurice, capo scienziato nonché consulente tecnico per l'ambiente della Federal Aviation Administration. “Se i rilevamenti verranno confermati dai prossimi studi, l'agenzia dovrà cominciare a pensare come regolare le emissioni inquinanti degli aerei per minimizzare il loro impatto sull'ambiente”, conclude Maurice.

Fonte:

Nationalgeographic.it


[1] Ulrike Lohmann è docente di Fisica dell’atmosfera presso l’ETH di Zurigo ed è specializzata in nefologia. Nel 2013 la professoressa Lohman eseguì delle analisi presso l'aeroporto di Zurigo, insieme con l’Ufficio federale dell’aviazione. Gli esami erano finalizzati a stabilire la composizione chimica dei gas di scarico delle turbine. Fu reperita in primo luogo fuliggine che è essenzialmente carbonio, come nel gas di scarico degli autoveicoli. Non solo, furono rilevati sedici (16) diversi metalli tra cui bario ed alluminio, ma anche ferro, nickel, piombo, rame oltre al calcio.


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sabato 5 dicembre 2015

Celle solari che si autoriparano

Un articolo concernente celle solari che si autoriparano getta una luce (sinistra) sulle biotecnologie, una fetta importante delle operazioni di biogeoingegneria clandestina. Per un corretto inquadramento del tema, connesso ad un orribile scenario transumanista, si leggano “Nanotubi di carbonio trovati nelle vie aeree di bambini abitanti a Parigi” e “Cervelli superveloci con i nanotubi”. Ringraziamo l’amico Emanuele per la segnalazione.



Un annuncio che sembra davvero fantascienza è arrivato da alcuni ricercatori statunitensi che stanno creando un nuovo tipo di cella solare progettata per auto-ripararsi a partire da nanotubi di carbonio e DNA, come i sistemi naturali di fotosintesi nelle piante. Gli obiettivi sono i seguenti: aumentare la durata e ridurre i costi.

“Abbiamo creato sistemi di fotosintesi artificiale, usando nanomateriali ottici per la raccolta di energia solare che è poi convertita in energia elettrica”, ha detto Jong Hyun Choi, professore di Ingegneria meccanica presso la Purdue University (Indiana, Stati Uniti d’America). Il progetto sfrutta le insolite proprietà elettriche di strutture chiamate nanotubi di carbonio a parete singola, impiegandole come “fili molecolari che raccolgono la luce nelle celle”, ha spiegato Choi, il cui gruppo di ricerca ha sede presso il Centro di nanotecnologia del Purdue Discovery Park.

“Credo che il nostro approccio sia molto promettente per una futura applicazione commerciale, anche se siamo ancora in una fase di ricerca di base,” ha chiarito Choi.

Le celle fotoelettrochimiche convertono la luce solare in energia elettrica ed usano un elettrolita – un liquido che conduce elettricità – per il trasporto di elettroni, generando la corrente. Le cellule contengono coloranti che assorbono la luce. Questi pigmenti sono chiamati cromofori e sono molecole simili a quelle della clorofilla: essi si degradano a causa dell’esposizione alla luce solare. “Lo svantaggio critico di celle fotoelettrochimiche convenzionali è proprio questo degrado”, ha detto Choi. La nuova tecnologia supera questo problema come fa la natura: sostituisce i coloranti danneggiati con nuovi composti.

L’idea potrebbe rendere possibile un innovativo tipo di cella fotoelettrochimica che continua a funzionare a pieno regime a tempo indeterminato, almeno finché sono aggiunti nuovi cromofori.

I risultati sono stati illustrati in una presentazione del simposio denominato “Mechanical Engineering International Congress and Exhibition”. Il convegno si tenne a Vancouver nel novembre del 2011. Il concetto è stato anche delucidato in un articolo inserito sul sito web di SPIE, una società internazionale di ottica.



I nanotubi di carbonio funzionano come una piattaforma per ancorare filamenti di DNA. Il DNA è stato progettato per avere specifiche sequenze di blocchi chiamati nucleotidi, permettendo loro di riconoscere i cromofori e di legarsi ad essi. Quando i cromofori sono pronti per essere sostituiti, essi possono essere rimossi tramite processi chimici o con l’aggiunta di nuovi filamenti di DNA.

Due elementi sono fondamentali per la tecnologia al fine di imitare il meccanismo di auto-riparazione della natura: il riconoscimento molecolare e la metastabilità termodinamica o la capacità del sistema di essere smontato e rimontato in modo continuo.

La ricerca è una prosecuzione di un lavoro che Choi ha compiuto con i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e delll’Università dell’Illinois. "La precedente ricerca ha usato i cromofori biologici prelevati da batteri. […] Tuttavia, servirsi di cromofori naturali è difficile; essi devono essere raccolti ed isolati dai batteri, un processo che sarebbe costoso da riprodurre su scala industriale. Così, invece di usare cromofori biologici, vogliamo usare quelli sintetici costituiti da coloranti definiti porfirine”.

Fonte: Peerates.org

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