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sabato 6 agosto 2011

Romeo, il gatto dell'ateneo

Absit iniuria verbis

E’ noto che negli ultimi quinquenni le università italiane sono molto cambiate. “Crediti, esami semestrali, stages, collaborazioni con agenzie esterne, contatti con il territorio” e baggianate simili sono le spie linguistiche di una desolante degradazione. Non è che prima le università fossero centri culturali, a causa del nepotismo dilagante e di profonde tare, ma almeno qualche docente era valido e si poteva frequentare un paio di corsi fruttuosi. Lo studente motivato ed autonomo riusciva a formarsi una discreta cultura ed a forgiare il pensiero critico, spesso attraverso seminari, approfondimenti e percorsi bibliografici decentrati. Oggi gli atenei sono decaduti in modo spaventoso, soprattutto perché concepiti come società che mirano solo al profitto. Pubblicizzati come fossero dei dentifrici, gli istituti di studi superiori rincorrono con l’affanno i risultati di un mercato post-capitalista ormai prossimo all’implosione.

Recentemente ho letto lo slogan di un politecnico ligure: in una gigantografia campeggiava il calembour “Qui studio, qui vivo, qui campus”. Che già uno slogan debba sopperire alla miseria delle iniziative didattiche la dice lunga sull’imbastardimento, ma il bisticcio di parole, se leggiamo tra le righe, ci introduce in una realtà oscena. Infatti non è vero che una laurea ti permette, tranne rare eccezioni, di crearti un futuro, visti i problemi che affliggono il mondo del lavoro. E’ indubbio, però, che le università, soprattutto quelle scientifiche, sono vivai in cui vengono coltivati disinformatori. I negazionisti, anche senza titolo, possono beneficiare di emolumenti e privilegi che un laureato di dieci, quindici anni fa si sarebbe sognato. Non si possono nemmeno biasimare più di tanto i laureandi che, privi di qualsiasi competenza culturale, si prostituiscono per denaro. Costoro, ammesso e non concesso che riescano a completare gli studi, si troveranno completamente inadatti ad intraprendere una professione purchessia, a meno che non godano di influenti aderenze. Ignoranti a 360 gradi ed incapaci persino di scrivere in un italiano appena decente, susciterebbero solo l’ilarità con un loro curriculum. Il loro livello è talmente infimo che non sarebbero assunti neppure per fungere da comparse in un film pecoreccio con Alvaro Vitali.

Qui bisogna deplorare che oggi sia ammesso lo stupro della lingua di Dante per opera di laureati in discipline “scientifiche” e non solo. Affermano che, essendo dei geologi, dei biologi, degli ingegneri, si possono esimere dalla conoscenza del nostro idioma: argomento da idioti. Così infestano la Rete non solo con le loro calunnie, ma pure con strafalcioni di ogni genere. Né la loro padronanza dell’inglese è migliore.

Se un tempo gli studia erano inficiati dall’erudizione, attualmente sono devastati perché convertiti in centri di controllo mentale. E’ così: i controllori della Rete sono essi per primi irreggimentati, indottrinati sino alla lobotomia.

Quanto fin qui descritto suscita ribrezzo ed indignazione: le università, tranne qualche eccezione, sono covi di scapestrati, sentine di arrivisti, set dove la differenza che intercorre tra un ordinario ed una matricola è la stessa che passa tra i due protagonisti di “Scemo e più scemo”. Veramente lo slogan dell’università savonese è indovinato! I laureandi, i dottori, gli specializzandi campano nel campus, foraggiati dai dicasteri, in primo luogo il Ministero dell’interno che recluta parolai a cottimo. L’università è un bivacco: più ci si impantana nel fuori corso e meglio è. Una volta fuori dall’ateneo, i falliti potranno soltanto essere presi a calci nel deretano. Passi: con la disoccupazione odierna è comprensibile, sebbene non si possa giustificare, che i goliardi sbarchino il lunario, magari nel frattempo leccando qualche barone in modo da avere un insegnamento qualsiasi.

Quanto mi risulta, invece, del tutto assurdo è constatare che non pochi docenti universitari, non quindi giovani promesse dell’italica nazione, sono impegnati in ridicole pantomime sulla Rete per un pugno di euro in più. Hanno la loro cattedra, i loro lucrosi intrallazzi con società nei settori che tirano maggiormente (automazione, nanotecnologia, telecomunicazioni, sistemi informatici, industria bellica… ) e fanno letteralmente i pagliacci, come il circense Romeo Gentile. Capisco l’avidità, l’infamia, ma uno che è adulto (o adulterato?), sistemato e che dovrebbe dimostrare un briciolo di senno, si esibisce in buffonate come l’ultimo dei grulli. Incredibile, oltre che vergognoso!

Ci chiediamo che cosa pensi il corpo accademico pisano del Professor Gentile: tanto compassato nelle lezioni e nelle interviste, quanto buffonesco nei suoi video. Il guitto stesso non si accorge di essere disonorevole per sé e per la reputazione di un ateneo pur scadente?

Mi piacerebbe sapere qual è la cattedra di costui: forse quella in cui ha battuto la zucca… con conseguenze gravissime ed irreversibili.


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